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Porta Production

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Setup in produzione: il costo nascosto che frena competitività e marginalità.

Setup in produzione: il costo nascosto che frena competitività e marginalità.

/ Qualità di Processo / Maurizio Porta

Nel manifatturiero, oggi, puoi perdere soldi in due modi: quando la macchina è ferma e quando lavora male.
Il primo problema è invisibile, il secondo no.

Il tempo di setup – ovvero il cambio di produzione su una macchina utensile – è uno dei più grandi sprechi nascosti nelle aziende produttive. Non compare nei bilanci, non fa rumore, non si vede nei grafici di fatturato.
Tuttavia, erode marginalità ogni giorno, pezzo dopo pezzo.

Se lavori in produzione, sai di cosa parlo:

  • ore perse per cambiare attrezzaggio;
  • operatori in attesa;
  • macchine ferme con urgenze ovunque;
  • pianificazione che salta con effetto domino;
  • commesse a bassa marginalità.

Cos’è davvero il setup?
Perché ti costa più di quanto pensi?
Come puoi ridurlo in modo strutturale?

Cos'è il Setup.

Il setup non è semplicemente “il cambio del pezzo”.
È tutto ciò che accade tra l’ultimo pezzo buono della commessa A e il primo pezzo buono della commessa B.

E dentro quel tempo ci sta:

  • montaggio e smontaggio attrezzatura
  • regolazione utensili
  • azzeramenti
  • programmazione
  • micro-collaudi
  • prove
  • errori
  • rilavorazioni iniziali
  • tempi morti

Quante volte misuri davvero questo tempo?
E non a spanne.

Molti responsabili di produzione lo sottostimano perché:

  • non viene tracciato
  • viene “assorbito” nel tempo ciclo
  • è spalmato su più attività
  • non è imputato a un’unica voce definita

Ma in realtà il setup è tempo improduttivo mascherato.
E ogni minuto improduttivo ha un costo industriale.

Attrezzista alle prese con il setup di un PORTACENTER

Il setup è un costo industriale. Non un fastidio operativo.

Il setup non è un problema operativo da delegare al reparto produzione.

È un costo industriale a tutti gli effetti, esattamente come il costo del personale, dell’energia o delle materie prime. Solo che, a differenza di questi, raramente viene misurato, quasi mai strutturato e spesso sottovalutato.

Ogni minuto di fermo macchina durante un cambio produzione è tempo che non produce valore, ma, anzi, genera costi.

Costi che entrano silenziosamente nelle commesse, comprimono i margini e trasformano lavorazioni che sulla carta sono remunerative, in produzioni “tirate”, dove a fine mese fatichi a capire dove sia finito il profitto.

Il problema non è solo economico.
Un setup inefficiente crea instabilità: rallenta la pianificazione, aumenta la pressione sugli operatori, genera colli di bottiglia e costringe a scelte produttive difensive.

Si accettano solo commesse semplici, si evitano i lotti piccoli, si rinuncia alla flessibilità per paura di “pagare lo scotto” di ogni cambio.

Non perché il mercato non lo chieda, ma perché l’impianto non lo regge.

Il setup, in molte aziende, non è un dettaglio tecnico.
È un vincolo strategico che condiziona cosa puoi produrre, come lo produci e quanto puoi guadagnare.

Da dove nasce la riduzione dei tempi di setup (e perché non è una moda).

Lo SMED nasce in Giappone nel secondo dopoguerra, quando Toyota – come molte aziende dell’epoca – doveva affrontare una forte carenza di risorse e un mercato sempre più variabile.

Il merito va a Shigeo Shingo, che tra gli anni ’50 e ’60 codificò per la prima volta un approccio sistematico per ridurre drasticamente i tempi di cambio produzione: distinguendo le operazioni “interne” (a macchina ferma) da quelle “esterne” (che si possono preparare mentre la macchina lavora), trasferendo quante più attività possibili fuori dal fermo macchina e standardizzando le procedure.

L’obiettivo (che non è un vezzo tecnico, ma una necessità industriale) era rendere possibile la produzione di lotti piccoli e variabili senza fermare la produzione per ore.

Oggi lo SMED non è una moda: è la base della produzione flessibile e snella, ancora centrale nella filosofia del “fare di più con meno” e fondamentale per rispondere rapidamente ai cambiamenti del mercato.

La verità scomoda: il setup limita ANCHE cosa puoi vendere.

C’è una conseguenza che pochi imprenditori vedono chiaramente.
Se il setup è lungo:

  • eviti lotti piccoli
  • eviti personalizzazioni
  • eviti urgenze
  • eviti extra-ordini
  • scegli solo commesse “comode”

Non perché non ci siano clienti.
Ma perché il tuo sistema produttivo non regge la variabilità.

Quando i tempi di setup sono elevati, non sei più tu a guidare la produzione: è il setup a dettare le regole.
Ti ritrovi a spingere volumi elevati dello stesso pezzo non per scelta strategica, ma per evitare fermi macchina che costano caro.
Il risultato è una produzione rigida, poco reattiva al mercato e sempre meno allineata alle reali richieste dei clienti.

Ma il mercato di oggi chiede:

  • flessibilità
  • ampiezza e variabilità dell’assortimento produttivo
  • risposte rapide
  • consegne brevi
  • frequenti cambi produzione

Se non governi il setup, è il setup a governare te.

SMED: la tecnica che ha cambiato la produzione nel mondo.

SMED è l’acronimo di: Single Minute Exchange of Die.
Ovvero: cambi di attrezzaggio in meno di 10 minuti.
Non per magia. Ma con metodo!

Lo SMED non è un teorico slogan giapponese.
È una tecnica concreta, potente e collaudata per:

  • ridurre drasticamente i tempi di setup
  • standardizzare le operazioni
  • rendere il cambio produzione ripetibile, veloce e sicuro

Ma attenzione:
SMED non significa “correre di più”, significa lavorare meglio prima.
È sinonimo di organizzazione, non di stress.

I 4 pilastri dello SMED.

1. Separazione: cosa puoi fare a macchina in produzione?

Prima regola – dividi il setup in:

  • attività interne → da fare a macchina ferma
  • attività esterne → da fare mentre la macchina lavora

Ti accorgerai subito che molte attività che oggi svolgi a macchina ferma possono essere eseguite senza interrompere la produzione.

Esempi classici:

  • preset
  • attrezzature in magazzino
  • ricerca / preparazione utensili
  • disegni o altri strumenti mancanti

Se durante il cambio stai cercando qualcosa, non stai facendo setup.
Stai pagando le conseguenze della disorganizzazione.

2. Conversione: sposti fuori ciò che oggi fai dentro.

Seconda regola – trasforma quante più operazioni possibili da “interne” a “esterne”.

Questo avviene attraverso:

  • carrelli dedicati
  • presetting utensili
  • kit di attrezzaggio preconfezionati
  • sistemi di sgancio rapido
  • standard su staffaggi e riferimenti

Risultato: il cambio non inizia più quando fermi la macchina, ma molto prima.

3. Semplificazione: meno movimenti, meno errori.

Terza regola – elimina tutto ciò che è inutile.
Chi lavora in produzione lo sa:

  • si fanno passaggi ridondanti
  • si montano cose inutili
  • si seguono abitudini storiche
  • si ripetono gesti ridondanti
  • si azzera “per sicurezza” senza reale necessità

Lo SMED ti obbliga a:

  • analizzare ogni singola azione
  • capire se serve davvero
  • togliere ciò che non crea valore

È chirurgia industriale.

4. Standardizzazione: senza standard torni sempre indietro.

La quarta e ultima regola, quella più trascurata, si chiama standardizzazione.

Se il setup non è standardizzato, ogni miglioramento è temporaneo.

Standardizzare significa:

  • sequenze operative chiare
  • check-list di attrezzaggio
  • fotografie di riferimento
  • ruoli definiti
  • tempi obiettivo definiti e visibili

Con standard veri il cambio non dipende dall’operatore, dipende dal sistema.

Il salto vero: quando la macchina NASCE per fare setup veloce.

Fin qui parliamo di metodo.
Ma c’è una verità che pochi dicono: puoi fare tanto con l’organizzazione, ma il limite finale lo pone la macchina.

Se una macchina:

  • ha attrezzaggi complessi
  • non è modulare
  • non è pensata per cambi rapidi
  • richiede regolazioni continue
  • non è accessibile

… non arriverai MAI ad abbattimenti drastici.

Riduci, ma non fai quel balzo competitivo.

fotocamera puntata sul Portacenter cubo 250 mm

Il caso PORTACENTER: quando lo SMED diventa struttura.

Nel nostro reparto produttivo abbiamo un PORTACENTER demo configurato per test reali di cambio produzione.

Non teoria. Produzione reale.
Risultato misurato: 37 secondi di setup per stazione.
Su 4 stazioni: meno di 3 minuti totali di cambio produzione.
Senza acrobazie. Senza stress.

Perché?

Perché:

  • la macchina è progettata per il cambio rapido
  • gli attrezzaggi sono modulari
  • i riferimenti sono standard
  • le viti sono essenziali e intelligenti
  • non esistono operazioni inutili

La macchina NON ostacola il metodo.
Lo eleva.

Il setup non è un problema tecnico. È una scelta gestionale.

Qui arriva il punto delicato.
Il setup resta alto NON perché:

  • “gli operatori sono lenti”
  • “la produzione è articolata”
  • “i pezzi sono complessi”
  • “ci sono mille varianti”

Il setup resta alto perché non è mai stato una priorità strategica.

Finché il setup:

  • non viene misurato
  • non viene confrontato
  • non viene sfidato
  • non viene ridotto per target

… resterà necessariamente alto.

Tre domande scomode.

  1. Sai esattamente quanto costa il setup nella tua azienda, in €?
  2. Hai un tempo target per ogni macchina?
  3. Lo misuri in modo sistematico?

Se anche solo una delle tre risposte è NO, hai un problema latente.
Non visibile. Ma reale.

Cosa puoi fare subito (prima di pensare alle macchine).

Prima di investire denaro in nuovi impianti:

Azione 1 – Misura
Cronometra un setup completo.
Dall’ultima lavorazione del pezzo buono della commessa A al primo pezzo buono della commessa B.

Azione 2 – Separa
Dividi tra:

  • operazioni interne
  • operazioni esterne

Azione 3 – Elimina
Identifica le azioni inutili, quindi eliminale.

Azione 4 – Standardizza
Scrivi:

  • la procedura operativa
  • una check-list
  • i punti critici

Fai tutto questo anche su UNA SOLA macchina.
Il risultato ti sorprenderà.

Conclusione.

Il setup:

  • non è secondario
  • non è tecnica
  • non è operatività

È fatturato nascosto.

Ogni minuto che recuperi significa:

  • Più produzione
  • Più tempo utile
  • Più marginalità

Se vuoi:

  • lavorare lotti più piccoli
  • rispondere più in fretta
  • accettare ordini più flessibili
  • non perdere marginalità

… allora devi dominare il setup, non subirlo.

Vuoi vedere cosa significa davvero “setup veloce”?

Nella nostra azienda abbiamo portato il metodo SMED al limite operativo con un PORTACENTER reale. Cambiamo produzione in 37 secondi per stazione.

Non in teoria. In produzione vera.
Se vuoi:

  • vedere come si fa
  • capire se è applicabile alla tua realtà
  • analizzare il tuo caso concreto

Scrivi a tutor@porta-solutions.com
oppure chiama lo 030 8172200 per prenotare una visita in azienda e vedere dal vivo come applichiamo il metodo SMED su un nostro PORTACENTER.
Qui non si parla di macchine.
Qui si parla di margine.

Prenota la tua visita in azienda
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